Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto

Milioni di cose è Napoli, ma per Dante è soprattutto la città di Virgilio. A Mergellina, sopra Piedigrotta e nel parco Vergiliano, c’è il suo cenotafio in un colombario di epoca romana.

Dante cita direttamente Napoli nel De Vulgari Eloquentia, nel Convivio e una volta sola nella Commedia, con le parole di Virgilio. Siamo nel Purgatorio, il “maestro e autore” di Dante dice di essere sepolto a Napoli ma di essere morto a Brindisi (“Brandizio”):

Vespero è già colà dov’è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
(Purgatorio, III, vv. 25-28)

«Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore» dice Dante a Virgilio, dichiarando subito, nell’Inferno (I, 85), la prima ispirazione della sua opera. Virgilio, in quanto modello di scrittura ma soprattutto di morale, è dunque la guida dantesca della Commedia. Sempre a Napoli, pochi anni dopo la morte di Dante, si trovava Giovanni Boccaccio, uno dei primi e maggiori estimatori e commentatori danteschi.

Fin dal Medioevo a Napoli c’è anche stato il culto di Virgilio mago, di cui si raccontano meraviglie e portentosi miracoli. La magia di Virgilio avrebbe protetto Napoli dal fuoco, dalla peste, da mille malattie, dalle invasioni. La leggenda dice che se togli dalle fondamenta di Castel dell'Ovo il cosiddetto "uovo di Virgilio", la città sprofonderà nel mare.

Virgilio è tra gli autori classici che immaginano nel lago di Averno, presso Pozzuoli, la porta di accesso agli inferi. Siamo a una ventina di chilometri da Napoli. Che questi luoghi abbiano ispirato il III canto dell’Inferno lo concluse anche Galileo Galilei, nei suoi studi danteschi del 1588 commissionati dall’Accademia fiorentina.

La citazione di Cuma è implicita in Dante. Ma la sibilla che Virgilio cita nell’Eneide avrebbe avuto proprio qui il suo antro:

Così la neve al sol si disigilla,
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
(Paradiso, XXXIII, 64-66)

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Leggere di Napoli

Vedi Napoli e poi muori

Tra i grandi autori che a Napoli sono nati o hanno compiuto la loro opera ci sono molti stranieri: Jean Paul Sartre iniziò da qui il suo viaggio nella penisola, Oscar Wilde vi soggiornò a fine Ottocento e Fedor Dostoevskij la visitò per poi citarla in Delitto e castigo e L’idiota. Per la prima volta, a Roma, Napoli e Firenze, Marie-Henri Beyle si firmò con il suo pseudonimo: Stendhal. Napoli fu un’importante tappa del Gran tour di Wolfgang Goethe, che le dedicò pagine appassionate e il detto “Vedi Napoli e poi muori”.
Napoli è molte cose, da Vico a Croce, da Eduardo De Filippo a Totò (Antonio De Curtis) e Massimo Troisi: tutti contribuirono a portare l’archetipo partenopeo nel mondo attraverso le arti, il teatro e il cinema. Napoli è la sua canzone, con i testi di poeti come Libero Bovio, Salvatore Di Giacomo e Ernesto Murolo, con la voce indimenticabile di Enrico Caruso, per citare i più famosi, o i grandi musicisti del XVIII secolo, come Cimarosa, Porpora, Scarlatti (Mozart ne contava trecento solo a Napoli e tre o quattro a Parigi).
Si trova a Napoli il cenotafio che conosciamo come la tomba di Virgilio, le cui spoglie furono traslate dall’originaria sepoltura nella Crypta Neapolitana dove ancora si legge la lapide che ne riassume vita e opera: “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces” ("Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, ora mi tiene Partenope; ho cantato i pascoli, le campagne, i condottieri"). A Napoli incontrò il poeta Orazio e conobbe Mecenate, che lo introdusse all’imperatore Augusto. La fama di Virgilio crebbe nel Medioevo sino a diventare un vero e proprio culto pagano (quello di Virgilio mago) e per questo si dice che le autorità religiose ne fecero traslare le spoglie all’interno di Castel dell’Ovo. Fu per la consuetudine con Augusto che Virgilio scrisse l’Eneide, consegnandola però ai suoi allievi in punto di morte (avvenuta a Brindisi nel 19 a.C.) con la richiesta di distruggerla, perché incompleta. Il manoscritto fu invece consegnato a Mecenate, cui il poema era dedicato, e lui lo diffuse. A Napoli soggiornò anche Giovanni Boccaccio, tra i primi commentatori di Dante e suo precoce ammiratore.

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