Ch’aprì Faenza quando si dormia

“Tebaldello,
ch’aprì Faenza quando si dormia”
(Inferno, XXXII, 122-123)

Nel IX Cerchio dell'Inferno, nella zona dell’Antenòra, dove sono puniti i traditori della patria, Dante si scontra con Bocca degli Abati, il quale gli indica altri traditori che scontano la loro pena in quel luogo. Tra questi c'è Tebaldello Zambrasi, guelfo di Faenza, che nella notte del 13 novembre 1280 aprì le porte della città ai bolognesi Geremei, di parte guelfa, che poterono così fare strage dei loro rivali, i ghibellini Lambertazzi, rifugiati in città dopo essere stati cacciati da Bologna.


“quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?”
(Purgatorio, XIV, 101-102)

Tra gli invidiosi della II Cornice del Purgatorio, Dante conosce Guido del Duca e Rinieri da Calboli. Lamentandosi della corruzione di cui oggi si macchia il popolo romagnolo, Guido cita una serie di personaggi nobili della Romagna del passato: tra questi ricorda Bernardino di Fosco, di umili origini, uno dei principali cittadini di Faenza.


“Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.”
(Purgatorio, XIV 118-12)

Il “demonio” di cui parla Dante è Maghinardo Pagani di Susinana. Il signore di Faenza e di Imola era a capo dei ghibellini ma si dimostrò disposto a schierarsi con i Guelfi secondo convenienza.

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Leggere di Faenza

Dino Campana

Riascolto Dante: o pellegrini che pensosi andate: il quinto canto. Tutta la sua poesia è poesia di movimento. Catrina, bizzarra creatura della montagna barbarica scrive Dino Campana (1885-1932) in Il più lungo giorno (1913)

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